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I COCCIA'
Le strade di Appignano, nei secoli passati, erano colme di oggetti di uso comune fatti di argilla dai “coccià”.L’argilla da loro utilizzata proveniva dal terreno di Cesare de Goernatò. Era di colore giallo paglierino, priva di brecce e leggermente sabbiosa, ideale per la costruzione di vasi e brocche. Mentre per i pezzi da fuoco l’argilla veniva mescolata con della terra ferrosa, rossiccia che i vasai chiamavano cerretà.I pezzi plasmati con l’argilla pura erano di colore biancastro dopo la cottura; quelli mescolati con il cerretà divenivano rossicci.L’argilla veniva consegnata personalmente dal proprietario Governatori; essa arrivava a tocchi che venivano poi spezzettati e privati della maggior parte delle brecce. Veniva poi posta in una buca con il fondo e le pareti rivestiti di mattoni, u terrà, che si trovava in ogni bottega. Lì vi rimaneva fino al giorno successivo, quando veniva poi posta sopra un lungo bancone di quercia addossato a un muro e sostenuto da diversi ceppi di legno; questo doveva sostenere il peso dei colpi sferrati tramite una verga di ferro per l’eliminazione della sporcizia rimasta e per renderla omogenea e morbida.Era poi l’ora della macinatura tramite i rulli, due cilindri di ferro paralleli che venivano fatti girare l’uno in senso contrario all’altro grazie a una ruota collegata ad ingranaggi. Grazie a questo l’argilla si amalgamava e veniva, poi, ricomposta in un unico blocco sul banco e tagliata con il filo a grosse fette che venivano fatte asciugare per poi essere manipolate dai coccià. Veniva stesa sul banco ed interamente pulita dai piccoli corpi estranei e, pronta per essere lavorata, veniva posta in terra a blocchi, coperta e mantenuta umida. Il loro lavoro iniziava la mattina presto con la preparazione di tutta la terra da lavorare durante la giornata oppure per infornare e dare fuoco. Una presenza costante era data da figli e nipoti per la loro necessità di apprendere fin da piccoli le tecniche del mestiere. I loro primi manufatti consistevano in piccole riproduzioni delle stoviglie usate quotidianamente. Poi si passava alla realizzazione di brocchette, salvadanai, oltre all’aiuto nella preparazione dei componenti.Il giovane doveva riuscire presto ad essere capace di realizzare oggetti più importanti, anche se essere vasaio significa crescere insieme al mestiere, senza fretta.Dovevano poi imparare a scegliere la terra più adatta e acquisire la capacità di percepire al tatto il giusto nella realizzazione. La passione era alla base del mestiere, oltre all’uso di appropriati strumenti di lavoro.Il procedimento della lavorazione dell’argilla iniziava formando delle porzioni di terra che venivano poi lasciate cadere sul piatto rotante e manipolate dolcemente in modo da dare la forma desiderata all’oggetto. Nei punti in cui non si riusciva ad arrivare con le mani si usavano i ferri, e per eliminare i segni delle dita e rifinire ci si aiutava con la stecca.Il movimento del piatto rotante era dato attraverso le spinte impresse dal piede del torniante alla grossa ruota di legni posta al di sotto del piano di lavoro. Se vi era molta richiesta e l’invernata era clemente, il lavoro poteva durare per tutto l’arco dell’anno. In Inverno si preferivano le tine per le olive, brocche e urci per l’olio, pigne a due manici, piatti per l’insalata, mònniche per riscaldare il letto e scallì per riscaldare i piedi. In Primavera venivano richiesti vasi e sottovasi di varie dimensioni. Per l’Estate si richiedevano vrucchìtti per l’acqua, pizzette o bucalette per la cucina e per la tavola. La produzione si basava principalmente su oggetti di primaria necessità. Alcuni pezzi venivano imbragati con una rete di fil di ferro per evitarne lo sbriciolamento e, quindi, poter continuare ad usarli anche se incrinati.Oltre a questi oggetti di uso quotidiano, venivano realizzati tubi per gli scarichi ad uso sanitario nelle abitazioni o usati nei drenaggi dei terreni.L’essiccazione dei manufatti era una fase molto delicata e non doveva mai avvenire in fretta per evitare la rottura dei pezzi, anzi essi necessitavano di mille piccole attenzioni. Essa avveniva al sole, ma l’inverno bisognava aiutarne l’asciugatura tramite il calore della carbonella accesa nella bottega. Il giusto tempo di essiccazione variava a seconda della grandezza del manufatto, della temperatura dell’ambiente, del vento, dell’umidità, dell’esposizione, del modo in cui era custodito.Le cocce venivano cotte nelle fornaci. In basso si disponevano le brocche rovesciate, alternate a vasi, scaldini, in funzione di sostegno continuando così per altre due file; al centro si riempiva con i biscotti verniciati alternati a pezzi più piccoli. La porta veniva murata con mattoni e cocci e stuccata accuratamente, lasciando solo una piccola apertura in alto per controllare la cottura.All’inizio si riscaldava il forno gradualmente facendo fuoco con delle fraschette ed alimentandolo a poco a poco. Questa fase durava circa 3 o 4 ore a fiamma leggera e proseguiva fino al raggiungimento degli 800/900°C. Quando gli archi e le pareti interne del forno si stavano arrossando, si era raggiunta la giusta temperatura mantenuta tale per 2/4 ore. Trascorso il tempo necessario alla giusta temperatura, l’insieme del materiale infornato risultava più basso di 10/15 cm e di colore rosso brillante. Iniziava così la fase di raffreddamento a camera chiusa per 15/16 ore.Ed infine era il momento dell’estrazione dei pezzi. Quelli da verniciare sarebbero dovuti tornare nella fornace per il fissaggio del colore.La produzione dei colori si verificava nei macinitti posizionati nei luoghi più verso monte. Questi macchinari erano fatti in casa con una botte fissata su sostegni rigidi solidali con la sponda del canale nel quale era immerso l’asse in ferro fornito di pale che trasmetteva il movimento alla macina. I colori rimanevano lì per circa una settimana. Essi erano pochi e semplici: marrone, verde e un giallo pallido.Ora i metodi di lavorazione della ceramica sono profondamente cambiati anche se di coccià ne sono rimasti ben pochi e il rischio della conclusione di un’epoca di storia e di tradizioni appignanesi è imminente e sconfortante.
Testo tratto dal libro: TERRA ACQUA FUOCO ANIMA
di Roberto Bronzi e Mario Buldorini
Comune di Appignano 2003